Bivacco Alpe Manco

Il Bivacco Manco è situato a 1730 m. in Val Mengasca di Samolaco, poco a monte delle baite dell’Alpe Manco, in posizione dominante sulla sottostante vallata. Si attraversano ambienti molto selvaggi per raggiungere un terrazzo roccioso molto panoramico sui monti di Chiavenna e con un inusuale colpo d’occhio sulle cime satelliti di Badile e Cengalo.

Gruppo Montuoso: Valchiavenna (Italia)
Valle: Valchiavenna



DIFFICOLTÀ

E

Itinerario Escursionistico 
Itinerario che si svolge su terreni di ogni genere, oppure su evidenti tracce su terreno vario (pascoli, pietraie, detriti), di solito con segnalazioni. Possono esservi brevi tratti pianeggianti o lievemente inclinati di neve residua dove, in caso di caduta, la scivolata si arresta in breve spazio e senza pericoli. Si sviluppa a volte su terreni aperti, senza sentieri ma non problematici, sempre con segnalazioni adeguate. Può avere singoli passaggi, o tratti brevi su roccia, non esposti, non faticosi ne impegnativi, grazie alla presenza di attrezzature (cavi, scalette, pioli) che però non richiedono l’uso di equipaggiamento specifico (imbragatura, ecc). Richiede un certo senso d’orientamento, una certa conoscenza ed e esperienza di ambiente alpino, allenamento alla camminata, calzature ed equipaggiamento adeguati.

ALTRE INFORMAZIONI
Località di partenza: Da Monastero
Quota di partenza:  410 m  |  Dislivello: 1320 m  |  Tempo di percorrenza: 4 ore
Periodo di Apertura: n.d.
Posti letto: 12 posti
Gestione:  Comune di Samolaco
Tel. +39 0343 38003

COME SI RAGGIUNGE


Chi ama gli aspetti umbratili, selvaggi e talora repulsivi della montagna, ricaverà dall’escursione al bivacco Alpe Manco un’indubbia soddisfazione, perché il percorso si svolge in un ambiente aspro, talvolta impressionante, anche se non presenta veri e propri pericoli, purché si segua sempre il sentiero e non ci si avventuri in problematici “fuori-sentiero”, che esporrebbero seriamente al rischio di perdersi. Se decidiamo di dedicare una giornata a questa esperienza, dobbiamo raggiungere S. Pietro, frazione di Samòlaco. Per farlo, lasciamo la statale 36 dello Spluga, percorsa da Nuova Olonio in direzione di Chiavenna, a Novate Mezzola: dopo l’indicazione della deviazione, sulla destra, per la Val Còdera, vedremo, sulla sinistra, una deviazione che scende subito ad un sottopasso ferroviario (indicazioni per Era, S. Pietro e Gordona). Imbocchiamo questa strada, e ci ritroviamo sulla strada provinciale “Trivulzia”, che percorre la bassa Valchiavenna fino a Chiavenna, mantenendosi, per un buon tratto, sul lato opposto della Mera, rispetto alla strada statale.
Vale la pena di ricordare che la denominazione è un atto di omaggio al capitano Gian Giacomo Trivulzio, famoso personaggio storico, gran Maresciallo di Francia, conte di Mesolcina e Valchiavenna, che ebbe il merito di promuovere la bonifica dell’area compresa fra Era e S. Pietro, recuperando molti terreni all’attività agricola. Ignorata la deviazione a destra per Somaggia, attraversiamo la Mera sul Ponte Nave, e subito dopo il ponte ignoriamo anche una deviazione a sinistra per Casenda. Oltrepassata Era, frazione di Samòlaco, raggiungiamo, infine. S. Pietro (m. 255), a poco più di 3 km e mezzo dal ponte. Dirigiamoci verso il centro del paese, fino a raggiungere un ponticello, all’imbocco del quale due cartelli segnalano un bivio: oltrepassando il ponte si raggiunge Ronscione, mentre prendendo a sinistra si va verso Monastero. Svoltiamo a sinistra e, con una breve salita, di meno di un km e mezzo, giungiamo al termine della strada asfaltata, ai prati di Monastero, a 480 metri circa. Proprio al termine della strada asfaltata notiamo, sulla nostra destra, un prato con una pista poco marcata che lo risale, ma non c’è alcun cartello che indichi che si tratti del sentiero per il bivacco Alpe Manco. Per trovare il cartello, bisogna proseguire per un tratto, in leggera discesa, su una strada sterrata. Il cartello, che segnala il sentiero D16, dà il bivacco a 2 ore e 40 minuti. Il bivacco manco a 2 ore e 40 minuti? Manco per sogno…! Un camminatore medio ne impiegherà, minuto più, minuto meno, circa 4. Comunque nella direzione indicata dal cartello non si vede alcun sentiero. Il sentiero, infatti, è quello che parte dal prato sopra citato, posto a monte di un più ampio prato recintato. Infatti, risalito il prato, troviamo un bel sentiero, che piega a sinistra e comincia a salire sul versante di sinistra (per noi, cioè sul versante di sud-est) della val Mengasca. Alcuni segnavia rosso-bianco-rossi ci confermano che si tratta del sentiero per l’alpe. Dopo qualche tornante, in un bel bosco di castagni, raggiungiamo, a quota 600 metri circa, un tratto quasi pianeggiante (sempre nel bosco), al cui ingresso è posto un curioso castagno, con un tronco enorme, che però si interrompe a poca distanza da terra per lasciare spazio a numerosi rami. Lasciato alle spalle anche il rudere di una baita, riprendiamo a salire verso destra, passando a valle di altri ruderi di baite. A quota 700 metri circa dobbiamo ignorare un sentiero che si stacca sulla destra; il sentiero principale volge invece a sinistra e continua a salire, alla volta del maggengo di Santa Teresa. A quota 840 metri circa bisogna stare attenti ad un doppio breve tornantino, ed evitare di proseguire diritti. Il traverso in direzione sud-sud-est ci porta al limite inferiore dei prati del maggengo, che dobbiamo interamente risalire, da quota 940 a quota 1000 metri circa. Nel caso non avessimo provveduto, qui troveremo due fontane per rifornirci adeguatamente di acqua, anche perché al bivacco, in periodi di siccità, rischiamo di non trovarne. Sediamoci anche a riposare e diamo un’occhiata all’ottimo panorama che da qui si apre. A destra, defilate, vediamo innanzitutto alcune cime della Val dei Ratti, i monti Brusada, Erbea e Spluga. Poi, spostandoci verso sinistra, ecco alcune cime del crinale che separa questa valle dalla Val Codera, vale a dire il Sasso Manduino, la punta Magnaghi e le cime di Caiazzo. Ma la scena è dominata, ancora più a sinistra, dall’impressionante mole del pizzo di Prata (il “pizzun” o “pizzasc” dei valchiavennaschi), che mostra la sua imponente parete ovest con un impressionante cascame di contrafforti selvaggi. A destra, infine, un bel colpo d’occhio sulla punta Somma Valle e sulla cima del Lago. Quella che abbiamo percorso finora è detta anche “via dei crotti”, perché sono numerose le cantine naturali ricavate negli ammassi di pietre.
Il panorama della fascia boschiva attraversata è assai variegato ed interessante: vi si trovano, infatti, faggi, abeti rossi, larici, castagni e betulle. Bene, è ora di rimettersi in cammino: il sentiero riparte a sinistra della baita più alta. Nel primo tratto è poco visibile (si biforca: prendiamo il ramo di destra), poi, entrati in un bel bosco di faggi, ritroviamo un sentiero largo e ben visibile. Questo nuovo tratto nel bosco ci fa raggiungere dapprima un prato con una baita, cintato da un muretto (che fiancheggiamo lasciandolo alla nostra destra; prestiamo attenzione ai segnavia, perché qui per un tratto il sentiero è meno evidente), poi ad un prato con un altro rudere di baita: è la località Sambusina, a 1180 metri. Nella parte più alta, sulla destra del sentiero, incontriamo anche un faggio di dimensioni veramente ragguardevoli. Poi, intorno a quota 1240, lo scenario comincia a cambiare e la montagna, bruscamente, smette di mostrarci il suo volto sorridente. Cominciamo, infatti, ad addentrarci nel cuore ombroso della valle, con un traverso in discesa, che ci fa perdere circa 60-80 metri, con qualche discesa anche ripida e scalinata. Siamo sul fianco scosceso e dirupato della valle, ed oltrepassiamo alcuni impressionanti massi, sempre all’ombra del bosco che continua a lottare per strappare alla montagna qualche lembo di terra. Ad ingentilire questo tratto, però, si presentano, inaspettati, alcuni scorci veramente belli su Chiavenna. La calata nel cuore selvaggio della valle termina, degnamente, con l’attraversamento dell’impressionante canalone della valle Sellina, ingombro di massi ciclopici. Prima di raggiungerlo, dobbiamo anche superare un tratto, di pochi, metri, esposto: attenzione, quindi! Ci immergiamo nel canalone, a quota 1160 circa, e, risalitolo per qualche metro, troviamo, sulla destra, il punto in cui il sentiero riparte, riprendendo anche a salire. Nel primo tratto passiamo proprio sotto un’enorme roccia, che sembra quasi piegarsi sopra di noi. Dopo averla oltrepassata, volgiamoci ad osservarne la parete liscia e repulsiva, in cima alla quale alcuni abeti sembrano proprio sospesi sul vuoto, incuranti della legge di gravità. Poco oltre, ecco un più modesto valloncello, e, a quota 1220 circa, il primo dei due rami del torrente Mengasco che dovremo attraversare. Qui, di nuovo, la nota gentile del fresco gioco delle acque con le rocce levigate. Segue un tratto non molto evidente, che porta all’altro ramo: attenzione a non perdere un doppio tornantino, andando diritti, ma, anche in questo caso, ci si ritrova al punto giusto, cioè al ramo principale del torrente, che indugia in una bella pozza dopo essere quasi sceso a scivolo su una grande roccia liscia. Oltrepassato questo secondo ramo, ci attende un breve traverso e l’inizio di una lunga salita, con numerosi tornanti, di un dosso coperto da un bel bosco. Questa è l’ultima parte dell’itinerario, perché la lunga salita ci porterà ai prati dell’alpe. Prima, però, intorno a 1400 metri, incontriamo una piccola radura con due baite, una a fianco del sentiero e una più a sinistra: si tratta dell’alpe Cascinola. Il sentiero taglia in verticale il prato e ricomincia a salire, inanellando tornante su tornante, finché, dopo essere passato sotto una modesta formazione rocciosa, ci porta verso una zona nella quale il bosco comincia a diradarsi. Compaiono i primi larici, ed a quota 1600 ci si apre il circo terminale della valle, selvaggio, aspro, dominato, sulla sinistra, dalla corrucciata mole del sasso Campedello (m. 2310). Nel tratto successivo la traccia non è evidente: cerchiamo di memorizzarla bene, soprattutto in vista del ritorno. A quota 1660 circa raggiungiamo il limite inferiore destro dei prati dell’alpe: già vediamo, sopra di noi, l’edificio del bivacco, contrassegnato da una bandiera tricolore. Manca ancora qualche decina di metri: passiamo così accanto alle numerose baite abbandonate dell’alpe, fino a raggiungere la quota del bivacco, vale a dire 1730 metri. Salendo, possiamo osservare, a monte del bivacco, sulla destra, l’evidente sella della bocchetta di campo (m. 1921), dalla quale si può scendere all’alpe omonima, nell’alta valle Garzelli, laterale meridionale della Val Bodengo. Per raggiungere la bocchetta basta seguire i segnavia, che, a sinistra del bivacco, cominciano a risalire alcune balze a monte dello stesso, tracciando una diagonale che porta facilmente, da sinistra, alla sella. Da Monastero al bivacco sono necessarie circa 4 ore, per superare circa 1320 metri di dislivello in salita.
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Fonte: paesidivaltellina.it  |   Autore: M. Dei Cas SCARICA LA TRACCIA .GPX

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